Loggia Determinista
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Il Libero Arbitrio
Il libero
arbitrio in poche parole è la volontà di ognuno di noi di poter decidere cosa
fare
| I diversi significati del termine libertà sono
problematici. Molti filosofi hanno negato che all'uomo siano applicabili, in
tutto o in parte, questi concetti ed hanno scritto saggi voluminosi per
dimostrare che in alcune di queste accezioni l'uomo è un essere non libero. I filosofi cattolici lo hanno difeso a lungo; ma i luterani lo hanno negato. Il razionalismo si è spaccato su questo punto, mentre le filosofie materialiste nel Settecento hanno assunto una posizione determinista, contraria cioè al libero arbitrio inteso come facoltà dell'uomo. E' in gioco l'immagine dell'uomo come creatura capace di autonomia e di responsabilità morale; se infatti i deterministi avessero ragione, quale responsabilità potremmo ancora attribuire all'uomo? Però le difficoltà inerenti al libero arbitrio sono di diverso ordine. Innanzitutto si tratta di intendere la volontà, facoltà umana di cui è difficile comprendere con esattezza la natura: da dove trae l'uomo le motivazioni per volere o no un'azione? Se questi motivi sono determinanti, l'azione non è veramente libera, ma determinata; se non lo sono, non è facile definire il quadro ontologico in cui si ritaglia questa indeterminazione. E' una sorta di atto creativo? Da dove prendiamo l'energia per scegliere tra due cose sulle quali siamo indecisi? Se qualcuno ci chiede perché abbiamo fatto una certa scelta, daremo dei buoni motivi per averla fatta. Ma allora la scelta è veramente nostra? Certo abbiamo scelto noi, ma lo abbiamo fatto seguendo delle motivazioni - e quindi in qualche modo dei condizionamenti - o del tutto liberamente? |
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Spesso pensiamo di avere scelto liberamente, poi ad una più attenta analisi scopriamo di avere - senza accorgercene - seguito impulsi di cui non eravamo ben coscienti. E se accadesse sempre cosi? Se l'uomo nell'agire non scegliesse mai in modo veramente libero, ma seguisse sempre impulsi oscuri, di cui si rende appena conto o che addirittura non conosce? In questo caso si potrebbe ancora parlare di libero arbitrio per l'uomo? |
La risposta chiaramente è no!
La seconda difficoltà riguarda il rapporto tra l'uomo e la natura nella quale l'uomo opera. Se questa è determinata e in essa non vi è alcuna forma di libertà (se ve ne fosse, come potrebbero valere con certezza le leggi fisiche?), come può l'uomo operare dentro la natura, che costituisce il suo stesso corpo, introducendovi forme libere? Non si crea forse entro l'uomo stesso una contraddizione insanabile tra la sua volontà libera ed il suo corpo determinato dalle leggi di natura?
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Negazione del libero arbitrio - Il libero arbitrio è un pregiudizio |
Il libero arbitrio è uno dei tanti controsensi o dogmi delle religioni e delle
filosofie che è basato fondamentalmente su un sentire legato al cosiddetto senso
comune, un sentire che non viene però neanche minimamente analizzato su base
razionale. Non voglio screditare del tutto i nostri sensi, sentimenti o
sensazioni, voglio solo dire che debbano essere anche passati al vaglio
dell'intelletto prima di fare delle affermazioni categoriche (e pertanto
potenzialmente pericolose). Così come la terra, se non si osservassero certi
fenomeni o non si avessero certe conoscenze, sulla base di un malinteso senso
comune potrebbe sembrare piatta, così come il nostro mondo potrebbe sembrare a
tre dimensioni invece che a quattro, così potrebbe essere facile credere che
l'uomo sia dotato di della capacità di scegliere, di determinare le proprie
azioni solo in base alla propria volontà, indipendentemente da qualsiasi cosa
che possa chiamarsi divinità, fato, destino prestabilito, ordine naturale delle
cose ... credere in breve che l'uomo sia dotato di "libero arbitrio".
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Il libero arbitrio? Un pregiudizio |
L'esistenza del libero arbitrio è un pregiudizio dei più radicati, perché è
spesso alla base (a volte come presupposto non dichiarato) non solo delle più
"alte" filosofie, ma anche dei ragionamenti più spiccioli. Gran parte delle
nostre azioni e reazioni sono basate sul fatto che ogni persona con cui ci
relazioniamo sia dotata di libero arbitrio e per questo suscettibile di essere
rimproverata, lodata, biasimata, giudicata, condannata, messa in prigione, messa
sul podio, esaltata ... Tutto ciò è ovviamente umano, fin troppo umano, e se non
ci comportassimo nella vita pratica in tante occasioni "come se" il libero
arbitrio esistesse, sembreremmo comportarci "da pazzi". Quindi è ovvio
che non è da tutti comprendere la verità, in qualunque caso alcuni comportamenti
sono automatici, seppur non crediamo di essere liberi, ci comportiamo come se lo
fossimo, l'importante è credere e sapere qual è la verità.
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Il determinismo è una filosofia fondata sull'umanesimo, amore e comprensione |
Provate a immaginarvi delle crociate, delle guerre di razza o di religione, provate a immaginarvi il fanatismo razzista e nazista in un mondo in cui l'uomo non crede nel libero arbitrio ... La negazione del libero arbitrio porta alla negazione di ogni motivo per sentirsi migliori o peggiori degli altri proprio perché mostra che non si è (se non apparentemente) artefici di sé stessi; così la negazione del libero arbitrio, ben lungi dal "distruggere la morale" con la negazione dei meriti e delle colpe, apre la strada alla comprensione. Negare il libero arbitrio è un primo passo verso una strada che porta a comprendere ogni azione umana in base alle cause che la determinano, proprio il contrario della tanto decantata "morale" tradizionale che semplifica tutto con uno sbrigativo giudizio di condanna o di esaltazione. In questo senso mi sembra di poter affermare che una filosofia fondata sulla negazione del libero arbitrio è una filosofia dell'umanesimo, dell'amore e della comprensione.
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Nemmeno Dio possiede il libero arbitrio |
Ma cominciamo per gradi, perché il discorso, anche se potrebbe essere breve, si
deve in realtà dilungare per essere comprensibile a chi, come qualsiasi uomo
contemporaneo, è stato cresciuto nel senso del dovere e del peccato, della
giustizia terrena e divina, e quindi in breve nel culto del "libero arbitrio".
Si potrebbe infatti dire semplicemente che una persona, o più in generale un
qualsiasi essere pensante, potrebbe essere dotato di tale libero arbitrio solo
se si fosse letteralmente fatto da sé, voglio dire creato da sé, se ciò può
avere un senso. Ma ciò per sfortuna non ha alcun senso. Se anche ammettessimo
l'esistenza di una qualche divinità immortale esistita da sempre (lasciando
perdere quello che significherebbe l'eternità o il tempo per un essere
trascendente) o anche creatasi per caso (o per le leggi della fisica tento il
ragionamento che segue non cambia), ebbene questa divinità o è sempre esistita
con certi attributi (che siano la bontà e l'amore o la cattiveria e l'odio non
importa poi tanto), cioè con le caratteristiche sue proprie, e in base a queste
caratteristiche ha condotto le sue azioni (che siano fisiche, terrene,
spirituali o metafisiche). Siccome le caratteristiche della divinità non sono
state scelte dalla divinità stessa (non si può scegliere quello che si è prima
ancora di essere, soprattutto se si è eterni), le Sue azioni sono dettate da
tali caratteristiche innate che Lei non si è scelta ma di cui si è trovata
dotata sin dall'origine dei tempi. In basi a tali caratteristiche la divinità
compie le sue azioni e svolge i suoi pensieri che sono dovuti quindi al modo in
cui Essa è sempre stata, un modo di essere di cui Essa non è responsabile.
Di conseguenza:
1) nessuna divinità eterna o meno, onnipotente o meno, misericordiosa o meno può
essere dotata del libero arbitrio
2) nessuna divinità può a ragione essere lodata o biasimata, amata od odiata,
ringraziata o denigrata per quello che fa, dato che ciò che fa deriva da una
situazione di necessità e non di "libero arbitrio".
Pensare che un Dio non dotato di libero arbitrio sia in grado di conferirlo a
qualche altro essere da lui creato sembrerebbe una barzelletta, ma siccome la
filosofia (quella seria almeno) non si dovrebbe basare su quello che sembra, sul
"comune buon senso", su sensazione non passate al vaglio dell'intelligenza o su
altre idiozie, mi sembra corretto confutare anche questa ipotesi.
Un Dio creatore potrebbe essere onnipotente oppure non esserlo, ma il concetto
di onnipotenza, per quanto vago e indefinito non può che essere contraddittorio:
ad esempio un Dio per quanto onnipotente certe cose non le può fare, o per
essere più chiari, non può fare sì che due più due sia uguale a cinque perché il
miracolo è una cosa, ma la logica è un altra. Insomma, quello che sto cercando
di dire è che un Dio, per quanto bravo e bello (onnipotente se volete) non può
"creare" il libero arbitrio perché è una cosa impossibile, contraddittoria,
illogica.
Se fosse onnipotente saprebbe di certo che creandoci in un certo modo con un
certo corpo e una certa intelligenza, mettendoci in un certo mondo, alla fine
tale Dio conoscerebbe tutto di noi e sarebbe in grado di determinare ogni nostra
minima azione da qui all'eternità, alla faccia del libero arbitrio. Se poi non
fosse onnipotente l'unica cosa che cambierebbe è che Lui non saprebbe sin
dall'inizio quali sarebbero le nostre azioni, per quanto poi le cause di tali
azioni siano già poste, siano già determinate una volta per tutte, e anche se
non ci fosse un'intelligenza nell'universo capace di fare delle previsioni, il
nostro destino sarebbe già stato determinato una volta per tutte.
Per finire ribadisco un concetto che mi sembra particolarmente importante: il
libero arbitrio è un pregiudizio, è qualcosa in cui tante persone credo od hanno
creduto senza averlo minimamente dimostrato, e non ci si dovrebbe in realtà dare
troppa pena a dimostrare la sua inesistenza. Se ad esempio qualcuno asserisse
che esistono i draghi alati sarebbe lui a dovere provare l'esistenza di tali
fantomatici animali e non noi a doverlo smentire. Ma questo purtroppo è quello
che bisogna fare coi pregiudizi.
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Volontà e libero arbitrio |
Certo il pregiudizio di cui stiamo parlando ha un motivo di essere, e tale
motivo e la nostra autocoscienza, la nostra percezione di una volontà che
sperimentiamo nella coscienza. Ma bisogna stare attenti a non confondere le due
cose, perché noi tendiamo a prendere per libero arbitrio la volontà, senza
pensare che la nostra volontà non è per niente libera ma è determinata dal
periodo e dal luogo in cui viviamo, dal contesto sociale nel quale cresciamo,
dal nostro patrimonio genetico, dalle nostre esperienze ... sono tutti questi
dati che fanno sì che la nostra personalità si costruisca in un modo invece che
in un altro e che alla fine quella che noi chiamiamo volontà ci faccia decidere
in un senso piuttosto che in un altro.
Intendiamo, non si può certo negare che l'esercizio della nostra volontà non
contribuisca a cambiare (in bene o in male) il mondo che ci circonda e ad avere
effetti su di esso, il fatto fondamentale è che anche quando crediamo di essere
"liberi" nelle nostre scelte siamo in realtà determinati dalla nostra
personalità, dai nostri gusti, dalle nostre inclinazioni, tutte cose che a loro
volta si basano su dati quali le nostre esperienze passate, il contesto sociale
in cui viviamo, il nostro corpo, il nostro cervello, dati che sono al di fuori
della nostra volontà perché, come già accennato all'inizio, nessuno si può
costruire da solo.
Esistono 3 tipi di liberà
Liberta sociale, d'agire e di volere
1) La libertà sociale – Sono libero di fare X rispetto a P, se P non può impedirmi né di fare X né di non farlo oppure se P non può punirmi sia che faccia X sia che non lo faccia. Se P è lo Stato, allora la libertà sociale coincide con la libertà politica. La libertà sociale è una relazione triadica tra un agente, un’azione e un ‘potere’ (non importa se è lo Stato o la mafia o la propria moglie). Naturalmente esistono tante forme di libertà sociale quante sono le azioni che posso fare ed i poteri che potrebbero impedirmi di compierle. Alcune sono socialmente desiderabili, almeno per chi è un democratico (la libertà di pensiero, di stampa ecc.), altre no (la libertà di passare con il rosso, la libertà di commettere crimini ecc.). La libertà sociale così intesa non ha nulla a che vedere con quel sentimento di libertà che accompagna le azioni volontarie.
2) La libertà d’agire – Questa libertà è una relazione tra un agente e un’azione: sono libero di fare X se ho la capacità e l’opportunità di farlo. Ad es. sono libero di uscire da una stanza, se non sono paralitico (capacità) e la porta non è chiusa a chiave (opportunità). Anche in questo caso posso godere di tanti tipi di libertà quante sono le azioni che posso compiere. E alcune forme della libertà d’agire sono condizione necessaria di alcune forme della libertà sociale. Ad es. la libertà di stampa è una libertà sociale ‘vuota’ se non è accompagnata dal saper leggere e scrivere (una forma della libertà d’agire). Neppure questo secondo senso della parola ‘libertà’, ossia della libertà intesa come capacità e opportunità d’agire, ha a che fare con l’agire volontariamente (anche se molti filosofi ‘compatibilisti’ – vedremo poi che cosa significa questa espressione – hanno invece ridotto l’un senso all’altro).[2]
3) La libertà del volere – Questa è la libertà che qui ci interessa. Quando sentiamo di aver agito liberamente, o meglio di nostra propria libera scelta, il nostro sentimento sembra implicare il soddisfacimento di tre condizioni:
a. Avrei potuto agire diversamente. Il futuro deve essere ‘aperto’ affinché io possa scegliere liberamente fra corsi d’azione che hanno esiti diversi.
b. Ho agito per delle ragioni. Agire liberamente non significa agire a caso. Ad es., il mio voto alle elezioni è frutto di una scelta veramente libera solo se, conoscendo i candidati, ne scelgo uno perché, per qualche ragione (non importa se sensata o meno), lo preferisco. Se per me invece tutti i candidati sono uguali e ne scelgo uno a caso tirando in aria una monetina, allora non posso dire di aver agito veramente per mia propria libera scelta.
c. Sono stato io a decidere di agire come ho agito. Un’azione è un’azione se l’agente sente di essere stato proprio lui a compierla e non qualcun altro o qualcos’altro, foss’anche qualcosa interno al suo proprio corpo o alla sua propria mente. Ad es. chi si sente posseduto dal diavolo non pensa di agire liberamente, anzi pensa di non agire affatto e di essere, piuttosto, ‘agito’. Insomma si agisce solo se ci si sente ‘attivi’.
(2) è condizione necessaria di (1), ma (3) è completamente indipendente sia da (1) sia da (2). E (3), se esistesse (dato che un determinista non vi crede), è la libertà che secondo gli esistenzialisti caratterizza l’uomo (Sartre 1943). La distinzione fra questi tre sensi di libertà va sottolineata, perché spesso si commette l’errore di credere che chi nega l’esistenza del libero arbitrio sia anche un illiberale contrario alle libertà politiche.
I filosofi si suddividono ancor oggi tra coloro che ritengono il determinismo incompatibile con l’esistenza del libero arbitrio e coloro che invece pensano il contrario: i primi sono detti ‘incompatibilisti’, i secondi ‘compatibilisti’. Gli incompatibilisti si suddividono a loro volta tra coloro che, ritenendo indubitabile l’esistenza del libero arbitrio, ne concludono che il determinismo deve essere per forza falso e coloro che, o considerando il determinismo una verità scientifica indubitabile o pensando che anche l’eventuale introduzione del caso nella fisica non cambierebbe radicalmente la situazione, giungono alla conclusione che il libero arbitrio non può esistere. I primi sono detti ‘libertari’, mentre i secondi sono chiamati ‘deterministi duri’, se credono nella verità del determinismo, oppure ‘eliminativisti’ (o anche ‘illusionisti’), se pensano che anche l’eventuale falsità del determinismo non sarebbe sufficiente a rendere l’esistenza del libero arbitrio compatibile con una concezione scientifica del mondo. -Ossia i primi credono che il deterimismo sia una verità assoluta, i secondi credono che anche un'eventuale non verità del determinismo non crea il libero arbitrio.-
Il determinismo duro e l’eliminativismo
Chi crede che il determinismo sia
la verità.
Il determinismo duro è una teoria filosofica esattamente opposta al libertarismo. I deterministi duri sono degli incompatibilisti al pari dei libertari, ma, a differenza di questi ultimi, ritengono che il determinismo sia vero e che dunque il libero arbitrio non possa esistere.
Se ho compiuto B, ciò significa che non avrei potuto agire diversamente, dal momento che non solo le circostanze nelle quali ho agito, ma l’intero mio Io, compresa la mia volontà, sono determinati dal passato. E, poiché questo passato recente è stato determinato da un passato ancora più lontano e così via (regredendo o all’infinito o sino al Big Bang), il mio scegliere di fare B invece che fare A era determinato da prima della mia nascita. È vero che io, quando compio un’azione volontaria, mi sento libero, ma si tratta di una mera illusione: se una pietra lanciata in aria fosse cosciente e ignorasse le leggi del moto – diceva già Spinoza – crederebbe di scegliere liberamente la propria traiettoria (Spinoza 1925, IV, p. 266 - Epistola LVIII). I miei atti di volontà sono certo delle concause decisive delle mie azioni, ma – poiché essi concidono con dei normali processi cerebrali (i deterministi duri sono in genere anche dei materialisti) – sono essi stessi determinati da altri eventi fisici precedenti e sono causa delle mie azioni (ossia di certi movimenti del mio corpo) secondo delle normali leggi di natura. Il futuro non è aperto ed i miei atti di volontà sono solo un anello nella catena di cause ed effetti fisici che dal Bing Bang giunge sino a noi.
Il determinismo duro – a partire da Hobbes in poi (ad es. Leviathan, cap. 6; trad. it. Hobbes 1974) – ha sempre goduto di pessima stampa. Per varie ragioni: in primo luogo perché, imparentato com’è con il materialismo (e, indirettamente, con l’ateismo), ha attratto su di sé gli strali di tutti i credenti e di tutti gli spiritualisti; in secondo luogo perché è sembrato a quasi tutti i suoi critici che, se il libero arbitrio non esiste, allora nessuno può essere ritenuto responsabile di ciò che fa; e in terzo luogo perché il determinismo è apparso come una dottrina invecchiata anche in campo scientifico. Ora, di queste tre critiche, solo la terza ha un qualche fondamento. Infatti, per quanto concerne la prima critica, è sì vero che il ‘determinismo duro’ è quasi sempre unito al materialismo; ma è tutto da dimostrare che ciò sia un difetto piuttosto che un pregio! Inoltre, quanto al nesso tra libero arbitrio e responsabilità, una concezione utilitaristica di quest’ultima è sufficiente a mostrare che si può essere responsabili senza essere liberi. Ad es., se il determinista ha ragione, le azioni del ladro sono causalmente determinate prima della sua nascita al pari di quelle del cleptomane. Perché allora riteniamo responsabile e giustamente punibile il primo, ma non il secondo? È semplice – può rispondere il determinista: perché, se puniamo severamente il primo, questi è un essere razionale che in futuro, per paura di essere nuovamente e ancor più severamente punito, si asterrà dal rubare, mentre punire il secondo sarebbe solo una inutile crudeltà. -"Si è responsabili quando la nostra punizione, in quanto atto di prevenzione e di dissuasione, è utile (a noi e soprattutto) al resto della società." - Hobbes - Tradotto significa che se tu rubi vai in prigione, ma non perché hai deciso di rubare, ma perché hai rubato in se (ed ovviamente era destino lo facessi)-
Il
neo eliminativismo moderato(?)
Come si spiega la percezione di essere liberi
La libertà non esiste (accordo con il determinismo) ma l'illusione che esista
non è eliminabile perché parte della natura.
L’ipotesi eliminativistica, o ‘illusionistica’ che dir si voglia, si riaffaccia
perciò oggi con forza (ad es. Wegner 2002). Essa sembra tuttavia andare incontro
a due gravi obiezioni. In primo luogo il neo-eliminativista, se è una persona
normale, sembra smentire con il suo stesso comportamento la duplice affermazione
che il libero arbitrio non esiste ma è indispensabile che noi abbiamo
l’illusione che esista. Egli infatti non crede di godere del libero arbitrio.
Eppure vive e si comporta come una persona normale! In secondo luogo, se il
libero arbitrio non esistesse, nessuno sarebbe più responsabile delle proprie
azioni. Cercherò ora di mostrare che entrambe queste obiezioni non sono così
forti come sembrano a prima vista.
COME MAI CHI CREDE CHE IL LIBERO ARBITRIO NON ESISTE SI COMPORTA LO STESSO
NORMALMENTE?
COME PUò ESSERE CHE UNA PERSONA SIA RESPONSABILE DELLE SUE AZIONI SE NON C'è IL LIBERO ARBITRIO E QUINDI NON PUò DECIDERE?
La prima obiezione non tiene conto della differenza tra credere e sentire. È sì vero che non posso scoprire che credevo in qualcosa di falso senza cessare di credervi. Posso dire, dopo essermi affacciato alla finestra: “Credevo che piovesse, ma non era vero”; ma non posso dire senza contraddirmi “So che non è vero che piove, ma credo lo stesso che piova”. La grammatica logica del verbo ‘credere’ richiede che crediamo solo in ciò che reputiamo essere vero. Se una credenza si rivela illusoria, viene automaticamente abbandonata (a meno che non siamo del tutto irrazionali o stiamo usando il verbo ‘credere’ in un qualche senso speciale a fini retorici, ad esempio per sottolineare lo scarto tra fede e ragione, come faceva Tertulliano quando affermava: Credo quia absurdum). Verbi come ‘sentire’, ‘percepire’, ‘provare’ ecc. hanno però una grammatica logica completamente diversa. È possibile, ad esempio, continuare ad avere delle percezioni che sappiamo perfettamente essere illusorie.
Prendiamo ad es. le illusioni ottiche. Alcune
scompaiono, quando scopriamo che si tratta appunto di illusioni. Ma altre no.
Fra queste ultime una delle più note è la cosiddetta illusione ottica di
Lyell-Müller:

Sappiamo benissimo che il segmento
superiore e quello inferiore hanno la stessa lunghezza, ma non possiamo fare a
meno di vedere il primo come più lungo del secondo. Ciò dipende molto
probabilmente dal fatto che nel nostro cervello il sistema percettivo è
‘incapsulato’ rispetto al sistema di ‘fissazione delle credenze’ (Fodor 1983). E
in ogni caso, quale che sia la spiegazione scientifica di questo fenomeno, è un
fatto che questa illusione ottica non è ‘disfacibile’, ossia sopravvive al
nostro sapere che si tratta di un’illusione.
In certi casi riusciamo persino, con qualche abile
trucco, a creare delle immagini di ‘oggetti impossibili’. Sappiamo che tali
oggetti non possono esistere: eppure noi li vediamo (ad es.
Hofstadter 1979). Ecco, ad es., l’immagine di una superficie che è
contemporaneamente il pavimento su cui è appoggiata una scala a pioli con la sua
estremità inferiore e il ‘soffitto’ di un balcone al quale la scala stessa è
appoggiata con la sua estremità superiore:

Le mattonelle che ricoprono tale superficie ci
inducono a vedere in essa un oggetto unico, mentre il fatto che dall’immagine
sono stati tagliati via gli angoli laterali della palizzata ci impedisce di
notare (o almeno di notare in modo troppo evidente) la sua ‘contradditorietà’.
Pertanto attraverso degli abili trucchi vediamo un oggetto unico che, sebbene
sia osservato dallo stesso punto, appare ora come un pavimento e ora come un
soffitto. Il che, ovviamente, nella realtà non è possibile.
Ora, se applichiamo al libero arbitrio la
distinzione tra sentire e credere (o sapere), notiamo che è possibile che anche
il senso di agency, al pari dell’immagine del ‘pavimento-soffitto’ sia
un’illusione che Madre Natura ha resa non disfacibile, perché la sua esistenza è
necessaria alla nostra salute psichica. In altre parole, il neo-eliminativista
ritiene che quel sentimento sia un’illusione, ma, al pari di qualsiasi altro
essere umano normale, non può fare a meno di sentirsi libero e Urheber
delle proprie azioni. In questo caso il trucco che, inconsapevolmente, crea il
concetto di libero arbitro potrebbe consistere nell’unire in un unico ‘oggetto
astratto’ il caso e la necessità, cancellando al tempo stesso a livello emotivo
la percezione della loro contraddittorietà. Più o meno così:

Nell’immagine del pavimento soffitto c’è un ‘punto
d’indifferenza’, nel centro dell’immagine stessa, dove il pavimento si trasforma
in soffitto e viceversa. In modo analogo possiamo pensare che nel nostro agire,
teso tra il condizionamento del passato e l’apertura del futuro, c’è nel
presente un punto d’indifferenza in cui la necessità diviene caso e viceversa.
Quella è l’immagine della nostra libertà: una capacità che, appena ci
riflettiamo su, non sappiamo più bene che cosa sia, se non una palese
contraddizione, ma che non possiamo fare a meno di percepire come un’aura nella
quale siamo immersi e come uno sfondo entro il quale soltanto il nostro agire
volontario diviene praticamente possibile.
L'esempio pratico
Un altro aspetto del problema risiede nel libero arbitrio:
noi possiamo afferrare un oggetto con la mano destra oppure con la sinistra
indifferentemente; con una nostra libera scelta possiamo reagire nella medesima
situazione in molti modi differenti, dipendenti esclusivamente dalla nostra
volontà. In che cosa consista questa volontà è difficile da definire, fatto sta
che noi possiamo scegliere liberamente tra differenti comportamenti equivalenti
dal punto di vista oggettivo. Una macchina non possiede volontà ma semplicemente
si trova in uno stato possibile da cui dipende strettamente il comportamento
della macchina stessa.
Supponiamo che qualcuno ci lanci una palla, possiamo decidere di afferrarla con la destra, poi cambiare idea e decidere di afferrarla con la sinistra, poi di nuovo con la destra e così via "infinite" volte nel tempo in cui la palla è in volo, ad un certo momento afferreremo la palla con una mano apparentemente a caso ma che possiamo dire di aver scelto di nostra libera iniziativa con la massima certezza. È evidente che una macchina può facilmente simulare la scelta casuale tra due differenti alternative, ma questo non significa simulare una volontà. D'altra parte non accetteremmo di buon grado il giudizio di chi affermasse che il nostro comportamento è casuale, infatti siamo certi di decidere noi delle nostre stesse azioni ad ogni istante.